Come farsi salvare da una canzone: Ambulance Songs

Quante volte una canzone mi ha salvato la vita?              
Avrei voluto iniziare così, far diventare quest’appendice un melenso e romantico atto d’amore verso la musica. Invece, ad introdurre la mia Ambulance Song, viene in soccorso un ricordo spiccio, autentico, calato nella parte aneddotica di questo mezzo flusso di coscienza.           
Adolescente durante il trapasso del secolo/millennio, per un breve periodo tenni una sorta di diario giornaliero. Anziché scriverci pensieri, azioni, desideri –fortunatamente, poiché il mio grado di alienazione non permetteva grossi slanci entusiastici-, elencavo quella che era stata la canzone del giorno. Senza nessun’altra annotazione. Il titolo avrebbe dovuto compensare la mancanza di narrazione, eppure era un modo estremamente ermetico per condensare gli umori della giornata trascorsa. Nel giro di qualche mese –discontinuamente, come presuppone l’adolescenza- il rituale della canzone del giorno cessò, un po’ come tutte quelle pagine di diario, lenitive più nel flusso della scrittura che nell’episodica rilettura dopo qualche tempo. Probabilmente, uno dei motivi per cui non continuai a redigere quelle silenziose proto-tracklist, fu l’esaurimento delle mie brevi conoscenze musicali; altresì tale mancanza mi permise a piccoli passi e con cadenza stagionale, di approfondire l’ascolto del resto dell’universo della musica. La puntualità del peer-to-peer mi venne in aiuto, sdoganando i ristretti confini delle mie collezioni in cd; ma ricordo anche il fondamentale apporto cartaceo –non tanto delle riviste, ahimè, che non conoscevo- di una enciclopedia del rock a volumi che settimanalmente ritiravo presso l’edicola sotto casa. In mancanza di fratelli maggiori, l’enciclopedia e le brevi monografie degli artisti furono la mia fonte primaria dal quale attingere. Poiché più che canzone in sé, l’orecchiabilità, il ritmo o l’empatia che comunicava, rimanevo affascinato dalla vita di artisti e band nell’atto di pubblicare un disco o un 45 giri. Il vissuto m’intrigava più di ogni altra cosa, era lì che potevo annotare affinità/divergenze, che potevo mettere a confronto alcune esperienze formative, o desiderare di viverne io stesso alcune in futuro. Una questione endemica forse, la storia aveva un forte ascendente su di me, non tanto nel ricordare date o eventi, piuttosto nel delineare la personalità di quelli che saranno i protagonisti di imprese, guerre, scoperte scientifiche.

Negli anni ho sempre coltivato ed associato all’arte, la componente umana, personale, lo slancio empatico/emozionale con il quale l’artista creava qualcosa che usciva da sé stesso, ma al quale poteva pure scegliere di staccarsi. Era incredibile la forza di quella scelta, una sorta di abbandono non crudele, ma funzionale alla sopravvivenza indipendente di opera ed artista. Soprattutto mi ha insegnato a non leggere mai una canzone con strumenti biografici, di navigare tra le righe, cogliendo l’ironia delle allusioni, staccando me stesso, non appena quella canzone iniziava a parlare e a raccontare anche di me. Per tale ragione è stato difficile vagliare una Ambulance Song, a cui potessi accodarmi, senza rimanerne in qualche modo prigioniero senziente. Alla fine come spesso accade, sono le canzoni che vengono a te. Fade into You dei Mazzy Star era sempre stata lì attorno, eppure per quello strano gioco di sopravvivenza non ne avevo valutato l’estensione. In questo racconto pubblicato per il blog di Ambulance Songs, svelo molto –forse troppo- di me, mi lascio deragliare su astrazioni e timori personali che altrimenti terrei al petto. Lascio cadere qualche maschera, con il dubbio di averne inconsapevolmente accumulate delle altre.

Tornando alla domanda iniziale, non so quante volte una canzone mi ha salvato la vita; ma il solo pensiero che sia successo più di una volta è un pensiero piacevole.

Su questo link la mia Ambulance Song: Fade into You
Vi invito anche alla lettura delle altre.