Ricordati di Chesnutt quando …

Conoscendo la musica e le parole di Kristin Hersh, era lecito aspettarsi un ricordo non convenzionale; se questo poi disegna a tratti grossi e crudi una personalità altrettanto non convenzionale come quella di Vic Chesnutt, allora il risultato è davvero spiazzante. Non Fare Stronzate, Non Morire (anche se gli preferisco l’originale Don’t Suck, Don’t Die) è un memoir di istantanee, di emozioni rievocate con la disperazione ed il rimpianto; è un rimembrare sghembo ed incompleto, che sembra dapprima escludere il lettore dalla lunghissima lettera di Kristin Hersh all’amico Vic Chesnutt, salvo poi ritrovarcisi invischiati come dentro un vortice aspro e sensibile, ove non basta seguire le parole, occorre fidarsi e lasciarsi guidare da un interminabile apnea di coscienza. Eppure, durante la lettura delle prime cinquanta pagine (tutto il capitolo Mangia una Caramella, per intenderci), pervade un senso di estraneità, di essere lettore passivo di vicende, sensazioni, battute agrodolci, sguardi, parole di cui occorreva essere testimoni per comprenderne a pieno la profondità, la disillusione ed il dolore. Pochi riferimenti a luoghi o a date, nessun cenno biografico diretto a Chesnutt; molti rimandi, cenni, dialoghi episodici a cui la Hersh carica significati reconditi e postumi. Espediente reiterato con efficacia nel corso del libro, perché scrigno di altre considerazioni e ripensamenti, capaci di svelare (forse più alla Hersh stessa che al lettore) alcuni aspetti in penombra del carattere sagace di Vic Chesnutt.

Non Fare Stronzate, Non Morire – Kristin Hersh (Jimenez Edizioni)

Il girovagare di un cane randagio (soprannominato Lee Majors dalla Hersh) nel parcheggio deserto di un motel di chissà quale sperduta cittadina americana, è solo uno dei tanti esempi di come l’autrice costruisca, parallelo al memoir, una sorta di sotto-racconto da sacrificare come metafora personale/esistenziale. Nel caso del randagio Lee Majors (dal nome dell’attore de L’Uomo da Sei milioni di dollari), lo straniamento e la diffidenza dell’animale è assimilabile alla figura del musicista itinerante, un moderno precario vagabondo, senza un posto che possa davvero chiamare casa. L’artista “on the road” non è colui che gode della propria libertà artistica, piuttosto è prigioniero di una condizione di menestrello errante, che lo vede peregrinare per cittadine di provincia, suonare in piccoli club spesso mal gestiti (godibile il racconto iniziale di un modesto teatro inglese e del suo “distinto” gestore), alloggiare in motel ad ore, cibarsi di caffeina e Jolly Ranchers alla cannella, ammazzare il tempo tra un concerto ed un altro. Questo aspetto della vita da tour, demonizzata con efficacia dalla Hersh, rimanda e conferma come esisteva (ed esista) un solco profondo di sussistenza/sopravvivenza tra l’artista mainstream e quello indipendente (le tragiche dipartite recenti di Neal Casal e David Berman sono da leggersi anche in questo senso!). Kristin Hersh è stata con la “sorella” Tanya Donelly mente dei Throwing Muses, band seminale per tutto quello che sfocerà nell’indie al femminile – e non solo- dei Nineties. Band di culto dunque –vedasi il fondamentale The Real Ramona del 1991-, sempre lontano dalle luci della ribalta, ma non per questo trascurabile nell’evoluzione del sottosuolo musicale indipendente americano. Pure Vic Chesnutt è stato artista di culto, nonostante la spinta iniziale di un entusiastico Michael Stipe, che rimase folgorato durante un’esibizione ad Athens. West of Rome, Is the Actor Happy?, North Star Deserter ed At the Cut sono dischi essenziali, incorruttibili, intrisi di quella precarietà dura e friabile come roccia. Fragilità che ti metteva in imbarazzo da quanto vera ed inconfessabile.  

È il più o meno che conta: sentirsi a casa, più o meno. Perché qualsiasi altro tipo di casa rappresenterebbe una delimitazione, una potenziale alienazione

Kristin Hersh

Il rantolo nostalgico di Kristin Hersh e quell’utopico concetto di “casa”, tracciano un’affinità/confronto tra la sua vita personale (e coniugale con Bill, quello che “aggiusta sempre tutto”) e quella di Vic Chesnutt e della moglie Tina. Questi quattro personaggi –per certi aspetti molto caratterizzanti- sono onnipresenti in ogni pagina di Non Fare Stronzate, Non Morire, ed il cui diverso approccio nell’affrontare gli imprevisti li colloca talvolta su piani emotivi sfalsati ed opposti. L’inadeguatezza e la labilità di Kristin Hersh emergono senza filtri, sorrette dal marito Bill, il cui carattere pacato e diplomatico smussa e lenisce le indecisioni endemiche della ex Throwing Muses; ma al tempo stesso la Hersh trova anche in Chesnutt un modello di raffronto parallelo (“Le persone difettose sposano persone vere, in questo modo possiamo farci aggiustare”), tuttavia sempre impari e spesso incline allo scontro ed al ferimento emotivo. I fantasmi di Vic Chesnutt sono più subdoli, vanno oltre quella sedia a rotelle, aggirano la disabilità, sono dei compagnoni difficili da stanare, poiché fortemente fusi nel corpo e nell’anima del musicista; la moglie Tina assume così il ruolo di paziente parafulmine (calcolabile dal numero quotidiano di trecce ai capelli), rivelando solo in un secondo momento -specie nell’ultima parte della vita di Chesnutt-, lo spessore di una figura fondamentale per la stabilità emotiva del songwriter.

Quell’incidente d’auto ti aveva lasciato esattamente con ciò di cui avevi bisogno, e con quello solamente. Ciò di cui avevi bisogno era suonare canzoni che erano un po’ troppo

Kristin Hersh e Michael Stipe nel periodo di Your Ghost

Entrare nella musica di Vic Chesnutt significa non prescindere dall’incidente d’auto che lo ha reso parzialmente tetraplegico all’inizio degli anni Ottanta, eppure capace comunque di imbracciare una chitarra e riuscire a suonare canzoni crude, potenti, cattive. Sarebbe tuttavia stupido parlare di pre e post incidente, poiché i fantasmi di Chesnutt abitavano già prima di quella notte del 1983, e non lo abbandonarono neanche dopo il discreto e sfortunato successo dei dischi solisti. Dentro i suoi occhi potevi vedere limpidamente la sete di vita, eppure era sempre uno sguardo a denti digrignati, serioso nel volto, ed al contempo fiero e giudicante, a cui era davvero difficile tenere testa. Dentro c’erano inconfessabili stati d’animo, sempre in collisione tra loro, sempre in bilico tra qualche slancio spensierato e l’oblio della depressione e dell’alcolismo. Il tutto mascherato da quintali di cerone di sagacia, di lucida commiserazione, di profonda conoscenza della precaria condizione umana. La sua. Diverso, decisamente diverso è lo sguardo di Kristin Hersh: indimenticabile –e per questo rappresentativo- nel videoclip di Your Ghost con Michael Stipe: fisso e catatonico, in quei due turchesi sbarrati ci trovavi l’indecisione, l’inadeguatezza che danzava a ritmo di un ipnotico dondolio della testa. Anime diverse per approccio alla vita, ma incredibilmente affini nella visione delle sfumature assurde che toccavano le loro esistenze. A tal proposito illuminanti durante la lettura di Non Fare Stronzate, Non Morire, gli insensati dialoghi pre-concerto, battute –a volte cantate o ululate- che parevano sentire l’indolenza dei tempi morti della vita da tour, ma che nel loro illogico e puerile contrasto, riflettevano ciascuno la propria natura spaesata ed esposta alle intemperie. Godibile e tutto sommato surreale è la scenetta della pecora Dolly, un animale di scena recuperato da dietro le quinte, portato sul palco da Chesnutt a cui dedica una canzone d’amore, fintantoché non viene interrotto dal proprietario del teatro, che seccato gliela strappa di mano. Kristin Hersh sottolinea l’imbarazzo generale della situazione, ma ricorda anche la soddisfazione di Chesnutt nell’atto di essere stato beccato in flagrante con la pecora: un orgoglio infantile, una vittoria d’istinto, poiché “per te vittoria significava sempre sconfitta”.

L’innato senso della melodia di Vic Chesnutt si stampa in ballate acri, taglienti come lame, introspettive ma senza slanci di compassione o vergogna; anche se quest’ultima apparteneva alla schiera dei suoi fantasmi, a quell’istinto di convenienza nel sopravvivere, a quell’indipendenza dalla vita e dagli affetti che lo poteva far sembrare un personaggio acido, misantropo, estraneo. “Cerco di coprire l’amarezza con la dolcezza” e questo si rispecchiava nella sua musica, ma senza plateali manifestazioni di commiato, soffocato piuttosto da armonie di chitarra acustica, da un folk arido e polveroso, da risalite melodiche ed atterraggi talvolta rock. West of Rome (1992) è probabilmente il manifesto migliore per delineare la musica del primo Vic Chesnutt, permeato di “un’umida aria sudista”: dall’inno di Florida voce e piano (“Florida, Florida, there’s no more perfect place to retire from life”), al crudo esistenzialismo di Panic Pure (“Don’t count my scars like tree rings”), vero e proprio cavallo di battaglia della sua discografia, anche se è la title-track stessa a disegnare un solco ben definito rispetto all’esordio lo-fi di Little (1990). Anche Is the Actor Happy? (ironica question sulla sua breve comparsata cinematografica nel primo film di Billy Bob Thornton) è un ulteriore passo in avanti e di lato (Gravity Situation, Sad Peter Pan o Wrong Piano dei “quasi” classici) tra songwriting intimista e melodie pop, che si evolvono col fiocco in Myrtle dal successivo About to Choke (episodico passaggio alla Capitol). Tra alti e bassi umorali, collaborazioni (tra Athens e Nashville) e tentativi dimostrativi di suicidio, passa un lungo decennio di lavori apparentemente interlocutori (la Hersh consiglia il concept The Salesman and Bernadette e il ritorno in gran spolvero di Ghetto Bells); ma a mio parere sono North Star Deserter (2007) e At the Cut (2009) a possedere quel agrodolce finemente maturato in consapevolezza. Il primo -prodotto da Guy Picciotto- apre con “Warm, the body is warm”, un verso che spacca in due l’ascoltatore e prosegue con Glossolalia, melodia altrettanto temibile composta da Jeff Magnum (Neutral Milk Hotel); da non sottovalutare le salite e le discese elettriche di Splendid, o la catarsi funerea di Over. In At the Cut non si possono trascurare le confessioni umane di Coward o le allusioni finali di Flirted with You All My Life, testamento di quello che inevitabilmente si compirà il giorno di Natale del 2009.

Vic Chesnutt tenta di prendere il volo

Non è sempre stato facile seguire il lungo e disperato flusso di coscienza di Kristin Hersh in Non Fare Stronzate, Non Morire, poiché sempre privo di chiavi univoche di codifica, spesso esposto alla ferita, alla non difesa, ad una commiserazione inerte, ad una resa emotiva che aspettava solamente il suono dell’ultima campana. Come quando Chesnutt confessa di aver sparato “ad un albero fino a quando non è caduto“: questo libro ti lascia l’amaro in bocca, l’amaro di vita. Il suicidio di Vic Chesnutt non fu un fulmine a ciel sereno, faceva parte dell’ordine delle cose, più che prevedibile o preventivabile era infine coerente con il personaggio e con le sue spinte sardoniche sulla vita e sulla morte. Ha lasciato album che ti squarciano lo stomaco e ti serrano la gola, versi colmi di vitalità, di esperienza, un tendere all’infinito sempre pragmatico ed umano. Difficile ringurgitare il magone dopo tutto questo inutile e plastico sbattere d’ali, la carrozzina di Vic non prenderà mai il volo. Lui sì, lo aveva già dimostrato da tempo …

“Il rumore che fa il dolore è bellissimo quando viene messo in musica”

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